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Un’indagine rivela come l’uso di fertilizzanti nell’agricoltura intensiva abbia mitigato l’effetto serra diminuendo di miliardi di tonnellate le immissioni in atmosfera di carbonio

L’agricoltura intensiva è da sempre accusata di contribuire pesantemente all’effetto serra. Ora uno studio americano dimostra come l’intensivizzazione delle pratiche agricole abbia anche risvolti positivi, diminuendo le emissioni di anidride carbonica. Soprattutto i fertilizzanti sono indicati come lo strumento tecnico più efficace in tal senso, anche se la protezione delle colture dalle malattie dimostra giocare un ruolo tuttaltro che trascurabile. Sostenendo lo sviluppo delle colture e massimizzandone la biomassa prodotta, infatti, i fertilizzanti stimolerebbero le colture ad assorbire più anidride carbonica dall’aria. Essa è infatti la prima forma di concime inorganico utilizzato nel mondo vegetale. Dal carbonio la fotosintesi genera prima gli zuccheri semplici, con cui poi le piante sintetizzano polimeri come cellulosa e lignina, molecole alla base delle strutture cellulari e morfologiche delle piante. Quindi, più una pianta è rigogliosa, più ha abbassato il contenuto di anidride carbonica causa dell’effetto serra. Se poi non è una singola pianta, ma sono milioni di ettari coltivati, il fenomeno diventa imponente. Nello stesso campo inoltre, si possono mettere a dimora più colture nello stesso anno, come avviene in molti Paesi tropicali, raddoppiando o triplicando il beneficio complessivo. Ma non è solo la maggior massa delle piante a giocare la partita. Producendo in modo intensivo si può anche limitare la domanda di nuova terra coltivabile, salvando così molti chilometri quadrati di foreste vergini. Una domanda di terra che invece sarebbe molto superiore se le produzioni fossero tutte di tipo, per così dire, “biologico”, cioè a basso grado di intensivizzazione. Tradotto in cifre, il beneficio ambientale appare di svariati miliardi di tonnellate di anidride carbonica in meno, come calcolato da un’equipe americana della Stazione biologica Wk Kellog del Michigan. In una ricerca pubblicata nel 2009, Philip Robertson e colleghi hanno infatti messo nero su bianco i propri calcoli, figli di una stima dell’effetto netto sulle emissioni di gas serra della storica intensificazione dell’agricoltura tra il 1961 e il 2005. Nei 44 anni presi in considerazione, la produzione industriale dei fertilizzanti ha avuto si un impatto negativo sull’ambiente, ma l’effetto dei maggiori rendimenti colturali ha per contro evitato emissioni fino a 161 miliardi di tonnellate di carbonio e 590 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Passando poi a un’analisi di tipo economico, Robertson e colleghi stimano che ogni dollaro investito nella produzione agricola dal 1961 al 2005 ha comportato un calo di 249 chili di anidride carbonica emessa. Mettendo in correlazione gli investimenti in tecnologia nutrizionale ed emissioni, emerge un dato di 4 dollari per ogni tonnellata di anidride carbonica sottratta all’atmosfera. Un’analisi che indica come gli investimenti in miglioramenti delle rese siano molto più convenienti di altre strategie proposte  per la mitigazione dell’effetto serra. Stanti così le cose, investire nel miglioramento delle rese agricole per ettaro dovrebbe essere in futuro la forma più intelligente di investimento per ridurre le emissioni di gas serra. Ma forse Robertson e colleghi non hanno tenuto conto di una variabile extra scientifica che governa le scelte globali. L’intelligenza in certi salotti è a volte un optional.

I garanti del nulla

Da un lato Legambiente pubblica l’edizione 2010 de “I pesticidi nel piatto”, dall’altro la Gdo continua con le proprie campagne propagandistiche su dei limiti residui privi d’ogni logica. In mezzo produttori e consumatori, presi in giro in egual misura

Dal ministero della Salute giungono dati che apparirebbero rassicuranti anche agli occhi del “Malato immaginario” di Molière. Dalle campagne di monitoraggio residui effettuate sull’ortofrutta italiana, ben il novantototto e otto per cento dei campioni è risultato infatti regolare. Cioè, assolutamente sano e sicuro per il consumatore. In pratica, la quasi totalità dei campioni analizzati conferma il pieno rispetto delle regole da parte degli agricoltori. Ma così non la pensano, ovviamente, i soliti tromboni ecologisti: secondo il rapporto “Pesticidi nel piatto 2010” di Legambiente “solo” il cinquanta per cento della frutta sarebbe “incontaminata”. Quasi stessero parlando di una sperduta isoletta di un arcipelago tropicale, infatti, in Legambiente usano ancora il termine “contaminazione” per rappresentare il cibo che presenti residui, anche quando essi ricadano perfettamente entro i limiti di legge. Parlando di “contaminazione”, in sostanza, inducono a pensare che quell’ortofrutta assolutamente sana rappresenta ipso facto una fonte di possibili rischi per la salute. Cosa che in realtà non è.

I residui in cifre

I dati ufficiali di Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici, evidenziano come i prodotti con uno o più residui di agrofarmaci siano passati dal ventisette e cinque al trentadue e sette per cento. I due terzi dei campioni analizzati, cioè, non ha comunque mostrato residui di sorta. Dall’analisi degli oltre 8.500 campioni, si evince peraltro che rispetto all’anno precedente risultano di poco superiori i campioni irregolari, che dall’uno e due per cento passano all’uno e mezzo. Un’irregolarità che però, leggendo bene i numeri, non deriva dai residui in eccesso, visto che sono diminuiti dell’uno e uno per cento i campioni “bocciati” per valori superiori agli Lmr, oppure per il reperimento di molecole non autorizzate. La prima malinterpretazione in cui s’inciampa ascoltando le dichiarazioni “verdi”, forse non del tutto in buona fede, è proprio quella circa il calo dei campioni senza traccia alcuna di molecole chimiche. In tal caso si gioca coi termini, confondendo i campioni “senza residui” con i campioni “regolari”, i quali in realtà per essere tali non necessitano affatto di avere residuo zero. Ma vale davvero la pena allarmarsi per il fatto che la percentuale di campioni a traccia zero sia passato dal settantuno e tre per cento al sessantacinque e otto per la frutta, e dall’ottantadue e nove per cento al settantasei e quattro per le colture orticole? Di per sé non dovrebbe valerla questa pena, visto che i dati sono influenzati dagli andamenti climatici delle diverse annate, come pure dall’affinamento delle tecniche di laboratorio. Ma il fatto che esistano strumenti sempre più sensibili anche alle tracce più esigue di sostanze chimiche è una consapevolezza che non pare albergare nei crani dei Grandi Censori ambientalisti, i quali non riescono proprio ad accettare che un campione “regolare” è in ogni caso sicuro per il consumatore, anche qualora il cento per cento dei campioni risultasse con qualche traccia di agrofarmaci. Quando non ci si mettono i giallo-verdi di Legambiente, ci si mettono poi i movimenti dei consumatori, i quali – attraverso le parole di Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino – si dicono per giunta preoccupati per l’aumento di campioni con presenza di multiresiduo. Un tema, quello del multiresiduo, che molti si ostinano a voler enfatizzare come un problema di assoluta gravità. In realtà, il multiresiduo non rappresenta di per sé un rischio reale, dal momento che le commissioni scientifiche preposte alla valutazione degli agrofarmaci già tengono in considerazione la multiresidualità fin dal principio. Da ciò si evince come in alcune sedi “Ecò” manchi sostanzialmente la competenza tossicologica per stimare cosa sia pericoloso e cosa no. Valutando un frutto con quattro diversi residui più pericoloso di uno con due, indipendentemente dal tipo di molecole riscontrate, è infatti approccio semplicistico e sempliciotto. Val poi la pena ricordare come gli Lmr di ogni molecola, incluse le più tossiche, siano calcolati partendo dalla divisione per cento della No Effect Level, una dose che di per sé non ha dato alcun effetto sulle cavie di laboratorio. I margini di sicurezza sono cioè così ampi da poter classificare come solenni paturnie i continui strilli dei soliti noti. L’Italia, peraltro, appare uno dei Paesi europei più accorti quando si parli d’uso di agrofarmaci, visto che la media europea di campioni irregolari appare intorno al quattro e mezzo per cento. Cioè dal triplo al quadruplo dei dati italiani.

Il ricatto della Gdo

In barba a ogni valutazione di tipo tossicologico, come pure in barba alle leggi europee e nazionali, molte Gdo perseverano nelle proprie campagne di propaganda marchettara sulle riduzioni a tavolino dei residui ammessi. E’ da molto tempo ormai che diverse catene di grande distribuzione, come per esempio la Coop, si vantano di commercializzare solo ortofrutta che presenti residui inferiori al trenta per cento dei limiti di legge. Tanto per fare un paragone, sarebbe come se qualche Comune italiano si piccasse di aver maggiore cura dell’incolumità dei propri cittadini ponendo il limite di velocità a meno di quindici chilometri all’ora. Di per sé, tale iniziativa verrebbe percepita esattamente per ciò che è: propaganda politica della più bell’acqua. Per giunta, tale delibera avrebbe vita breve, perché gli automobilisti non ci metterebbero molto a picchiar pugni sulle scrivanie in Municipio, reclamando vivamente per le multe rimediate guidando magari a diciotto o venti chilometri orari. Praticamente, meno di quanto vada un ciclista di scarse capacità. Sui residui invece il discorso cambia. Mentre l’automobilista medio sa valutare con un certo qual criterio l’adeguatezza dei limiti di velocità urbani, nulla sa invece il consumatore medio di cosa voglia dire un residuo al venti, trenta o novanta per cento del suo Lmr di legge. Nella sua logica inconsapevole, il trenta per cento è meglio del novanta e quindi non si chiede se quella differenza sia significativa oppure no. Percepisce invece la differenza numerica fra trenta e novanta, e ovviamente preferisce i numero più basso. Non capisce però che in questo modo fa solo il gioco della Gdo, la quale continua a tenere in pugno i produttori agricoli, obbligandoli a fare salti mortali per conferire ortofrutta che in sostanza non ha nulla di più salubre di quella “normale”. Vi è per giunta un risvolto ancor più irritante: non è che certe Gdo le partite con più del trenta per cento di Lmr le rimandino indietro. Anzi. Semplicemente, per quelle partite abbassano il prezzo offerto all’agricoltore, il quale non ha altra scelta che abbassare il capo e accettare una vera e propria vessazione, pur avendo prodotto dell’ortofrutta assolutamente regolare e salubre. Questo è lo scenario attuale. Ed è uno scenario che non pare essere incline a mutare. Vani infatti sono stati gli sforzi compiuti perfino della Commissione Europea, per “spiegare” alle Gdo l’assurdità delle loro posizioni. Perché proprio non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire. O in chi non vi sia alcuna convenienza a farlo.

Nuova vita

Il Gruppo Kverneland rilancia la propria presenza nel segmento delle rotopresse. Nel 100.esimo anniversario del marchio Vicon, la Casa norvegese presenta infatti la sua nuova gamma, frutto della recente partnership istituita con il Gruppo Gallignani

Diciotto mesi. Tanto è durata l’attesa per conoscere il futuro del Gruppo Kverneland nel segmento di mercato delle rotoimballatrici, un ambito dal quale il marchio Vicon era apparentemente uscito dopo la vendita dello stabilimento olandese di Geldrop. Una situazione di incertezza che aveva alimentato nel settore agricolo dubbi e supposizioni circa la volontà da parte dei vertici aziendali di investire ancora nello sviluppo di una gamma completa e profonda dedicata alla fienagione, perplessità fugate però completamente con la presentazione della nuova linea di prodotto Vicon, avvenuta in occasione delle celebrazioni per il 100.esimo anniversario del Marchio. Il vero e proprio fiore all’occhiello nell’ambito delle novità per la prossima campagna è in effetti la gamma di rotopresse, modelli completamente rinnovati in termini funzionali e a livello estetico rispetto alle versioni precedenti e arricchitasi di nuove versioni, alcune anche espressamente progettate per rispondere alle necessità della realtà agricola italiana. Obiettivi raggiunti grazie all’accordo siglato tra il Gruppo Kverneland e Gallignani che ha permesso all’Azienda norvegese di istituire proprio a Russi il suo nuovo centro di competenza per tale tipologia di macchine, creando all’interno dello stabilimento una linea dedicata che si giova della contiguità con la piattaforma produttiva della Casa romagnola. Con quest’ultima il Gruppo Kverneland ha quindi dato vita a una vera e propria partnership a lungo termine, testimoniata anche dall’impegno assunto dai vertici della Casa norvegese di acquistare nell’autunno di quest’anno il 30 per cento del Azienda di Russi e dalla volontà di collaborare anche in termini commerciali. Sotto tale aspetto infatti la distribuzione in Italia avverrà senza sovrapposizioni attraverso la rispettive reti commerciali, mentre a livello europeo il Gruppo Kverneland distribuirà, oltre alle rotopresse Vicon, anche i modelli Fendt e Massey Ferguson prodotti da Gallignani per il Gruppo Agco in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Irlanda, in Spagna e in Polonia.

Come prima, più di prima

La nuova gamma di rotopresse Vicon è strutturata sulla base di due differenti serie, la prima a camera fissa e la seconda a camera variabile. Rientrano nel primo ambito i modelli “Rf 3120”, “3150”, “3225”, “3255” e “3325”, macchine che operano con sistemi di pressatura a cinghie e rulli che assicurano la formazione di balle con dimensioni massime di un metro e 20 centimetri per un metro e mezzo. La serie a camera variabile è invece composta dalle versioni “Rv 3120”, “4116”, “4118”, “4216” e “4220”, tutte caratterizzate dalla presenza di un sistema di relegazione della densità che mette a disposizione degli operatori tre differenti parametri selezionabili comodamente dal trattore. Comune all’intera gamma invece la possibilità di equipaggiare le macchine con pick up a cinque file di denti da due metri o da due metri e 20 centimetri di larghezza, con il sistema di taglio “SuperCut” a 14 o 25 coltelli e con un infaldatore a forche o a rotore, mentre è di serie il sistema antingolfamento “DropFloor” che assicura lo scarico dell’eventuale prodotto bloccato. L’intera gamma di rotopresse Vicon sarà oggetto di servizi tecnici di dettaglio sui prossimi numeri della rivista.

 

Solide tradizioni

Se si opera in ambito specializzato, si amano i trattori semplici ma funzionali e non si vuol dare spazio all’elettronica, il Goldoni “3080” risulta essere la scelta più logica e concorrenziale in termini economici

La gamma dei trattori specializzati a doppia trazione di Goldoni è composta da sei serie di macchine. L’attacco è dato dai piccoli “Boxter”, trattori da 18 o 24 cavalli e pesanti circa 840 chili che si collocano a metà strada fra l’agricolo e il garden. Subito sopra, con masse oscillanti fra i mille e 500 e i mille e 700 chili e potenze comprese fra i 35 e i 45 cavalli si collocano gli “Aster”, specializzati larghi solo mille e 270 millimetri e quindi orientati alle coltivazioni strette. Nel mezzo gli “Star” serie “3000”, due trattori che fanno della versatilità la loro arma vincente, in particolare il “3080” che con i suoi mille e 900 chili di massa e 75 cavalli di potenza ben si presta per fungere anche da aziendale leggero, o per far fronte a lavorazioni superficiali del terreno fermo restando che a queste ultime guardano con maggior propensione gli “Energy”, da due tonnellate di massa, e gli “Star”, i top di gamma di casa Goldoni sia in termini di peso, fino a due mila 500 chili, sia di potenza, 95 cavalli. Chiude la gamma la serie “Quasar” un super specializzato di elevata stabilità. La larghezza minima degli “Star” è però superiore a quelle proposte dagli “Energy” e dai serie “3000”, cosa che rende tali famiglie di macchine gli specializzati per eccellenza del gruppo emiliano. In particolare il già citato “3080”, forte anche di una assale anteriore capace di realizzare angoli di volta da 55 gradi e quindi foriero di una grande maneggevolezza oltre che di una elevata semplicità costruttiva. Esente da elettronica, il nostro risulta in effetti essere un trattore dall’impostazione progettuale classica e consolidata, attributi che però non si deve pensare siano sinonimi di obsolescenza. Al contrario, la meccanica è attuale e di rilievo e ciò sia a livello motoristico, un Vm Motori a quattro cilindri da tre litri, sia in termini di trasmissione, un gruppo di progettazione originale Goldoni che permette di disporre o di 16+8 rapporti con superriduttore o di 8+8 rapporti con inversore meccanico sincronizzato. L’operatore può in effetti scegliere fra due diverse modalità di lavoro privilegiando, a seconda dell’attività svolta, una distribuzione omogenea delle velocità fra un minimo di un chilometro all’ora e un massimo di 30, scelta che permette di realizzare sempre la velocità di lavoro ottimale, o la presenza dell’inversore, dispositivo particolarmente utile quando si devono affrontare movimentazioni aziendali. La stessa trasmissione integra anche un riduttore che agevola le attività più pesanti ed è comandata da tre corte leve collocate in modo da non ledere il comfort di lavoro o ostacolare l’accesso alla macchina. La buona progressione della frizione agevola inoltre l’uso del cambio evitando impuntamenti o incertezze sia in scalata sia in inserimento e ciò, abbinato alla generosità del motore, facile al massima il compito dell’operatore che, di fatto, può concentrare l’attenzione sull’attività in corso. Ad affrontare quest’ultima sono preposti un’idraulica da 39 litri al minuto di capacità, non tantissimi in assoluto ma adeguati per una macchina tutto sommato “leggera”, e un sollevatore capace di due mila 300 chili e quindi in grado di alzare una massa superiore a quella della stessa macchina. Completa il quadro funzionale la presa di forza a due velocità con sincronizzata cambio né mancano, per facilitare il lavoro sui terreni difficili, la possibilità di bloccare meccanicamente al cento per cento il differenziale posteriore e di avvalersi sull’avantreno di un autobloccante. Bene anche il sistema frenante, a dischi in bagno d’olio inseriti nell’assale posteriore con la doppia trazione che provvede in automatico a trasferire la frenata anche sull’anteriore per ridurre al minimo gli spazi di arresto. Nel complesso quindi una macchina molto tradizionale, ma che nulla ha in meno, elettronica a parte, rispetto a certi trattori di ultima generazione e di pari categoria che sulla carta sfoggiano funzionalità esclusive ma poi, all’atto pratico, lavorano né più né meno come lo “Star 3080”. Con la differenza che arrivano a costare anche il doppio.

Vm Motori: una garanzia

Vm Motori è rimasto l’unico costruttore italiano di motori diesel a operare sul mercato internazionale delle medie potenze in condizioni di autonomia e in tutti i settori del motorismo, dall’auto all’industria alla nautica. Grazie ai continui investimenti avanzati a livello di ricerca e sviluppo vanta anche una grande esperienza nella messa a punto della termodinamica, cosa che spesso gli permette anche di proporsi quale “consulente” per altri costruttori di motori. Caratteristica comune a tutte le unità industriali l’elevata affidabilità, dote giocata sia in termini di struttura, tutti i motori Vm sono autoportanti, sia di durata meccanica e prestazionale. Soluzioni tecniche specifiche quali, per esempio, la distribuzione a ingranaggi, le teste singole e le punterie idrauliche minimizzano le esigenze di manutenzione assicurando sempre le massime prestazioni mentre la disponibilità di prese di forza opzionali o l’eventuale presenza in coppia di alberi di bilanciamento controrotanti, influiscono positivamente sulle possibilità operative e sul comfort. Nel caso dello “Star 3080” il motore fa capo alla serie “D 700” e quindi si propone con canne da 94 millimetri di diametro per 107 di altezza, cubatura che in omologazione stage 3A eroga una potenza massima di 75 cavalli a due mila 600 giri fronte di una risalita del 23 per cento ottenuta mediante una coppia massima oscillante attorno ai 250 newton metro e posizionata a mille e 600 giri di rotazione al minuto. Il motore è sovralimentato mediante un sistema turbo/waste gate e l’omologazione stage 3A è indotta da un sistema egr di tipo interno.

Novità davvero affilate

Si chiameranno “Katana” le trincia che Fendt si sta apprestando a lanciare sul mercato. Promettono di tagliare come la famosa spada giapponese. Proposte anche le versioni 2011 dei “Vario 800” e “900”, tutti con motori scr. La potenza top di gamma sale a 390 cavalli

Alla fine la si è vista. La trincia semovente che da tempo Fendt ha dichiarato di voler lanciare, è stata ufficialmente presentata al pubblico in occasione della “Grande giornata in campo” di Wadenbrunn, un agrishow biennale organizzato nel cuore della Germania, presso Wurzburg, voluto per anticipare agli agricoltori tedeschi le novità, tecniche e non, che caratterizzeranno la successiva stagione. Organizzata quest’anno al due di settembre su una superficie di oltre 20 mila metri quadrati, la rassegna ha visto la partecipazione di oltre 50 mila operatori specializzati che hanno potuto toccare con mano in anteprima sia le nuove varietà colturali proposte dall’associazione sementiera tedesca “Saaten Union” sia, appunto, le novità Fendt. Con queste ultime che non si sono limitate alla nuova trincia semovente “Katana 65”, questo il suo nome, ma hanno impattato anche sui trattori di alta potenza serie “Vario 800” e “Vario 900” oltre che sulla linea delle mietitrebbia, macchina da raccolta non importate in Italia. In termini operativi le novità più importanti sono state quelle riguardandi i trattori che dal prossimo anno saranno tutti omologati stage 3B grazie a nuove motorizzazioni di tipo scr. Basta egr quindi e largo ai post trattamenti dei gas di scarico attuati mediante iniezioni di urea, soluzione che oltre a limitare le emissioni, in particolare quelle azotate, senza incidere sulle erogazioni di coppia e potenza assicura anche un sensibile abbattimento dei consumi che bilancia la necessità di rifornire il motore oltre che con il gasolio anche con l’urea. Saranno scr tutti gli “800”e i “900”, con questi ultimi che vedranno la loro gamma ampliata da una versione “939” realizzata giocando su un aumento di cubatura del motore che muove il “936”, un Deutz serie “2013” che per l’occasione ha visto la propria cubatura passare da sette litri e 150 centimetri cubi a sette litri e 800 centimetri cubi. Ciò ha permesso ai tecnici tedeschi di alzare la potenza nominale alle soglie dei 400 cavalli senza penalizzare l’affidabilità del propulsore, ora gestito mediante un nuovo sistema di controllo elettronico interfacciato con l’utente mediante il terminale “Variotronic”. Nuovo anche il sistema abs a quattro canali con gestione dedicata di ogni singola ruota che equipaggia il mezzo permettendogli, là dove il Codice non lo vieta, di marciare a 60 all’ora, e nuovo anche il sistema “VarioGrip”, per ottimizzare in tempo reale la pressione dei pneumatici in base al lavoro svolto. Secondo Fendt l’insieme delle innovazioni proposte dai “Vario” di alta potenza model year 2011 assicura riduzioni dei consumi oscillanti fra il dieci e il 20 per cento, prestazione che ben si inquadra nella filosofia Fendt “Efficient Technology” che punta a realizzare le massime funzionalità con i minimi assorbimenti energetici. Tecnologia sì dunque, ma orientata all’operatore, non fine a se stessa, e tesa anche alla salvaguardia ambientale, obiettivo cui Fendt guarda a 360 gradi e che è anche stato posto alla base della recente ristrutturazione dello stabilimenti di Markdoberdorf per realizzare una produzione “leggera” in termini di impatto ambientale. Da segnalare, tornando ai “Vario” di alta potenza, anche la presenza sui modelli 2011 di un nuovo sistema di salvaguardia per il sistema di motopropulsione che provvede a scollare la presa di forza dal motore ogni qualvolta una resistenza imprevista abbassi il regime fino alle soglie dello spegnimento del diesel. Le stesse funzioni previste sui trattori per ottimizzare il rapporto fra produttività e consumi sono inoltre anche alla base del sistema di motopropulsione delle nuove “Katana 65”, trincia da 650 cavalli erogati da motori Mercedes scr da 16 litri serie “Om 502 La”. Le unità sono collegate a una trasmissione idrostatica e operano sulle ruote mediante un sistema di trazione di tipo integrale che assicura la possibilità di operare anche sui terreni più accidentati. In grado di muoversi su strada a 40 all’ora, la macchina lavora mediante un tamburo di taglio da 720 millimetri di diametro, attualmente il più grande del settore, alimentato mediante sei rulli preparatori e seguito da rompigranella di nuova concezione sulla configurazione dei quali Fendt ha però preferito mantenere ancora il riserbo, atteggiamento che sicuramente sarà sciolto ai primi del 2011 in occasione del pre-lancio commerciale delle nuove macchine la cui produzione di serie è prevista per il 2012.

Caricatore double face

Fra le novità Fendt proposte a Wadenbrunn anche il prototipo di un nuovo caricatore denominato “Cargo R” basato su un sollevatore frontale serie “Cargo 4X85” e uno speciale supporto forgiato che ne permette l’installazione rapida sull’attacco a tre punte. Il caricatore risulta quindi utilizzabile sia frontalmente sia posteriormente, risultando particolarmente redditivo in questa seconda ipotesi se abbinato a un posto guida reversibile e a uno stabilizzatore idraulico dei bracci inferiori dell’attacco a tre punti. Tre tonnellate la capacità di sollevamento e oltre cinque metri l’altezza massima raggiungibile sincronizzando l’alzata del caricatore con quella dell’attacco a tre punti.

Agco e Fendt pensano positivo

Il 2009 non è stato un anno favorevole per i costruttori di macchine agricole e sia l’intero Gruppo Agco sia Fendt non sono usciti indenni dalla crisi generale. Hanno però contenuto le perdite, con Agco che ha chiuso con un fatturato di sei miliardi e 600 milioni di dollari, inferiore del 20 per cento a quello del 2008 che, a sua volta era stato superiore del 27 per cento a quello del 2007. E’ andata meglio a Fendt che con un fatturato 2009 di un miliardo e 63 milioni di euro è rimasta sotto il fatturato 2008 solo del 12 per cento circa, perdita che rallenterà nel corso del 2010 la cui chiusura dovrebbe attestarsi attorno a un fatturato da circa 966 milioni di euro. Sia Agco sia Fendt vedono però in rosa il futuro. Nel breve periodo in quanto la crisi sembra aver allentato la presa e molti mercati di riferimento risultano in crescita, Sud America e Cina in primis, ma anche alcuni Paesi dell’Europa occidentale. A lungo termine gioca invece a favore dell’agricolo l’attuale ritmo di crescita della popolazione cui fa fronte un calo della superficie coltivabile, due trend che imporranno l’uso delle tecnologie più avanzate per sfruttare al massimo i terreni. Non a caso Agco ha investito anche nel 2009 più di 192 milioni di dollari in ricerca e sviluppo, cifra che crescerà del 20 per cento nel 2010. In tali somme anche gli investimenti di Fendt che grazie all’ampliamento e alla ristrutturazione dei suoi stabilimenti punta a consolidare in Germania la propria leadership. Primeggia infatti con più del 22 e mezzo per cento di quota di mercato nelle potenze over 50 cavalli e addirittura svetta con il 35 per cento circa negli over 200 cavalli. In entrambi gli ambiti ha letteralmente stracciato la sua diretta rivale, John Deere, crollata rispettivamente a 15 e sotto i 18 punti percentuali.

Grazie al “25” Massey-Harris entrò ufficialmente nel mondo dei trattori ponendo le basi per una crescita che la portò poi a diventare Massey Ferguson, uno dei pilastri dell’attuale gruppo Agco

Il Canada ha una superficie vasta quanto quella degli Stati Uniti e, quando nel 1867 divenne uno stato federale nell’ambito del Commonwealth, si presentò al Mondo come una delle aree con prospettive di maggior sviluppo. Lo capirono subito centinaia di migliaia di Europei che, spinti dalle guerre e dalle costanti crisi che affliggevano il Vecchio Continente, si riversarono Oltre Atlantico in cerca di lavoro. Professionisti, artigiani e commercianti cercarono fortuna negli Stati Uniti, agricoltori e boscaioli si tennero più al Nord mettendo le loro braccia e la loro esperienza al servizio di un Paese che già esportava pellicce, legname, carne, grano verso l’Europa e verso i grandi centri industriali degli States. Grazie a questi arrivi, verso la metà del 1800, sul lago Ontario che faceva da frontiera con gli Usa, si sviluppò un fiorente commercio, agevolato anche dal fatto che le vie d’acqua erano molto più facili da pecorrere, rapide e sicure rispetto alle piste sconnesse che percorrevano i boschi. In migliaia furono i personaggi che si affacciarono su quel lago, e fra questi ce ne fu anche uno che lasciò una profonda impronta nel settore della meccanizzazione agricola mondiale, Daniel Massey. Aveva già 49 anni, quando, nel 1847, aprì una bottega a Newcastle, a un centinaio di chilometri a nord di Toronto, e nel suo locale vendeva tutto ciò che abbisognava ai nuovi arrivati, attrezzi agricoli, sementi, carri e utensili, e comprava tutto ciò che era commerciabile e smerciabile al di la del lago. Daniel scomparve a 58 anni, nel 1856, ma i suoi eredi erano fatti della medesima pasta. Portarono avanti l’attività e nel 1861, dopo aver messo a fuoco che le attrezzature agricole potevano costituire un buon business, acquistarono una licenza di costruzione per una falciatrice-mietitrice che distribuirono poi in tutto il Nord America e che, proprio per le sue innovative caratteristiche, fu scelta per rappresentare il Canada all’Esposizione internazionale di Parigi del 1867. Più o meno negli stessi anni, a Brandford, un paesino dell’entroterra posto a un centinaio di chilometri a sud di Toronto, Alanson Harris, agricoltore con il pallino per la meccanica, istallò nella sua fattoria una fonderia e cominciò a costruire macchine e attrezzi agricoli in serie diventando rapidamente noto sia in Canada sia negli Stati Uniti per la qualità dei suoi prodotti. Col passare degli anni le due aziende, quella dei Massey e quella di Harris, si ingrandirono, al punto da diventare le più importanti del Canada, e nel 1891 si decisero di collaborare dando così vita ad una grande impresa tra le maggiori del settore, complice il fatto che Alanson aveva già 75 anni e vide nel dinamismo dei Massey la continuazione della su attività. Nacque così la “Massey-Harris”, organizzazione industriale che non smise mai di crescere spaziando con le proprie macchine in ogni settore agricolo, dalla semina alla fienagione, dalla raccolta dei cereali a quella del cotone. Dove la società crebbe più potentemente fu però nella raccolta del grano grazie alla messa a punto di una mietitrebbia trainata che superava tutti i problemi funzionali proposti all’epoca da altre analoghe macchine. Era il 1907 e la macchina, forte di una testata da due metri e 70 centimetri, era in grado di lavorare da cinque a sei ettari al giorno azionata da due soli uomini. Nel 1910 “Massey-Harris” prese inoltre il controllo della “Johnston Harvesterm”, di Batavia, vicino a New York, e ciò contribuì a rinforzare la posizione della Casa quale leader mondiale nelle macchine da raccolta. Nel frattempo però si stava sviluppando la trazione meccanica e Massey Harris non poteva restarne estranea. Dopo aver collaborato per qualche anno e senza grandi successi con alcuni costruttori minori di trattori, decise di affiancarsi a un marchio di prestigio e ben piazzato nel settore e in tale ottica guardò verso la “Case Plow Works”, di Racine, nel Wisconsin, costruttrice dei trattori “Wallis”. Erano mezzi unici nel loro genere per via che motore, frizione,cambio e differenziale erano uniti in un solo blocco rigido risultando allineati fra loro in modo perfetto. L’insieme era poi fissato a un telaio brevettato costituito da una culla di acciaio stampato che conteneva, in comparti separati, l’olio motore e quello del cambio-differenziale e larghe portine d’ispezione davano accesso alle bielle, all’albero motore e alla frizione. La struttura risultava leggera e robusta, rigida ma non fragile come i carter realizzati in fusione di ghisa. “Massey-Harris”, nel 1928, face propri i due trattori Wallis “12-20” e “20-40” così da coprire gran parte delle richieste del mercato e dopo un breve periodo in cui i due marchi convissero lasciò esaurire il marchio “Wallis” a favore del proprio. Conservò però le sigle dei trattori, la meccanica e l’estetica, limitandosi a modificare solo qualche dettaglio come, per esempio, il copriradiatore anteriore. Causa la crisi mondiale del 1929, nel 1931 Massey-Harris ridusse la produzione a un solo modello che inizialmente battezzò “3-4 Plow” nonostante si rifacesse al “20-30” e in seguito chiamò “26-40” in quanto rendeva disponibili più di 26 cavalli al traino e poco più di 44 all’albero motore. Il trattore ebbe un buon successo, ma per vivere da protagonista il settore della trazione meccanica non era sufficiente. Nel 1938 “Massey-Harris” decise quindi di rivedere ulteriormente il suo “26-40” cambiandone nuovamente il nome in “25”, modificando il cofano e mascherando parzialmente il motore con bandelle laterali di lamiera conformate a semicerchio, caratteristica che sarà portata avanti sino agli Anni Cinquanta. Sul frontale aggiunsero una calandra arrotondata con inserti di rete metallica che scomparvero nei modelli successivi per lasciare il posto alle barre trasversali che caratterizzarono per oltre venti anni la marca canadese. A livello di livrea ufficializzarono invece il loro fiammante rosso abbinato a ruote gialle, tinta che associata ad altri pigmenti come il grigio e il marrone identificano poi altre decine e decine di mezzi e che continua a dominare ancora oggi sui trattori Massey Ferguson, marchio che nacque alla metà degli Anni 50 quando Massey harris acquisì l’inglese Ferguson.

Il prezzo lo fa chi vende

Il Massey-Harris “25” è un trattore oggi introvabile e fra i collezionisti non ha praticamente prezzo, tant’è che non è neanche riportato in alcun listino europeo di trattori d’epoca. Meccanicamente conservava integralmente tutte le caratteristiche dei trattori “Wallis” da cui derivava ed era equipaggiato con un motore a quattro cilindri di cinque mila 648 centimetri cubi ottenuti con un alesaggio di 111 millimetri e una corsa di 146. Erogava poco più di  44 cavalli a mille e 200 giri e si proponeva con una distribuzione ad aste e bilancieri con valvole in testa e albero a camme posto nel basamento. L’accensione era a magnete, American Bosch tipo “U4”, il regolatore era un Kingston e tale risultava pure il carburatore, tipo “L3L”. Le marce erano tre più una retro per velocità da poco meno di dieci all’ora a poco più di 15 e le ruote erano di ferro. La puleggia laterale era di serie, mentre la presa di forza posteriore a albero scanalato era a richiesta così come le ruote con pneumatici. Il tutto per un peso complessivo che si aggirava sui due mila 400 chili. L’esemplare fotografato appartiene al collezionista Angelo Di Chello, di Gioia Sannitica, in provincia di Caserta, che ha provveduto al meticoloso restauro di un modello giunto in Italia nella seconda metà degli Anni Trenta provenendo probabilmente dalla Francia dove, vicino a Lille, la compagnia Canadese aveva creato un grande centro di smistamento per la produzione destinata all’intera Europa.

 

 

 

 

 

Gli attuali prezzi dei cereali sembrano offrire prospettive positive al settore agricolo. Ma tale tendenza potrebbe presto essere smentita, riproponendo agli operatori i medesimi rischi di instabilità e di volatilità delle quotazioni vissuti nel 2007

La campagna di commercializzazione dei cereali, e del frumento in particolare, è iniziata in modo effervescente. Dopo un periodo di “stanca” che aveva indotto il comparto a tirare i remi in barca, soprattutto per ciò che riguarda le aziende agricole più marginali, l’annata in corso sembra in effetti voler riproporre i fasti del 2007, quando i prezzi dei cereali salirono a valori record ridando respiro all’intero settore. Allora però, ma lo si è scoperto solo dopo, c’era una forte speculazione finanziaria che, insieme a scorte mondiali ridotte all’osso, aveva contribuito a gonfiare le quotazioni. Ne seguì quindi una repentina diminuzione dei valori di mercato che destabilizzò completamente l’intero comparto agricolo, uno stato di incertezza economica che si è protratta fino a oggi. E’ proprio per tali ragioni che gli addetti ai lavori non si sono, fino ad ora, lasciati andare all’entusiasmo, ma viceversa hanno preferito mantenere un profilo prudente, nonostante l’avvio più che promettente della stagione. Ciò soprattutto in relazione al fatto che ormai da molti anni a questa parte la fortuna di una produzione agricola si basa anche su vere e proprie disgrazie ambientali, quali, per esempio, i gravi incendi che quest’estate hanno interessato la Russia e che hanno lasciato presagire un crollo dei raccolti a livello mondiale. Una prospettiva che tuttavia non ha ancora trovato conferme, sia perché il blocco imposto dalla Russia alle esportazioni di grano non è definitivo, sia perché alcuni dei più grandi produttori, Canada in particolare, hanno appena iniziato le campagne di raccolta. Le proiezioni riguardanti il grano tenero sembrano comunque lasciar presagire una produzione mondiale lievemente inferiore a quella dello scorso anno, ma ben superiore a quella del 2007 e, soprattutto, con stock sensibilmente più elevati. Le rese dei cinque maggiori produttori mondiali, Stati Uniti, Canada, Argentina, Australia ed Europa, sarebbero infatti in linea con le previsioni di tre mesi fa che avevano evidenziato un potenziale calo dei consumi interni pari a cinque milioni di tonnellate, contrazione però pareggiata, sempre teoricamente, dalle esportazioni. Ma, come detto, la vera incognita è rappresentata dalla regione Russo-Caucasica, quella che gli operatori chiamano Regione del Mar Nero per la localizzazione dei porti di partenza dei cereali raccolti in Russia, Ucraina e Kazakistan, proprio le zone che nell’anno in corso hanno avuto i maggiori problemi, ovvero gli incendi estivi che hanno vessato la prima e la siccità primaverile che ha colpito le restanti due. Situazioni che, come accennato, hanno indotto il Governo russo a bloccare le esportazioni, causando di conseguenza un immediato aumento dei prezzi in Europa e negli Stati Uniti, ma che tuttavia potrebbe dimostrasi di breve durata. Valutando con attenzione le produzioni interne di grano, il primo ministro Vladimir Putin potrebbe infatti rivedere la sua posizione e acconsentire a una riapertura parziale o totale degli scambi verso l’estero, decisone che probabilmente riporterebbe le quotazioni dei cereali sui valori antecedenti l’estate, un’ipotesi attualmente giudicata realistica dagli analisti di settore. Questi ultimi hanno inoltre previsto un calo nelle produzioni canadesi e una sostanziale tenuta, rispetto allo scorso anno, per quanto riguarda quelle statunitensi, fermo restando però una contrazione in termini qualitativi per il frumento americano ed europeo. Proprio tale situazione di diffusa difficoltà produttiva rappresenta tuttavia l’occasione ideale per gli speculatori che, come tre anni fa, potrebbero generare una nuova bolla finanziaria, con il conseguente innalzamento fittizio delle quotazioni, un pericolo che quindi lascia supporre come l’attuale congiuntura favorevole per i cerealicoltori non sia destinata a durare a lungo.